24 giugno 2006

Spietant Italie vs Australie

Lunis no sai ce partide che e sarà ma mi pâr che come tifoserie no sin mâl ni di une bande ni di chê altre…
Intant che o spietìn la Nazionâl, o vin di visâsi che DOMENIE SI PUES LÂ A VOTÂ NO DOME IL REFERENDUM, MA ANCJE PAI COMITÂTS DI FRAZION (ancje se cualchidun al pense che no coventin a nuie…).
ATENZION, PAI COMITÂTS SI VOTE DOME DOMENIE.

7 commenti:

Christian Romanini ha detto...

Jo no soi un espert, ma mi soi informât e o ai cjatât cheste opinion di personis che indi san plui di me
SI VOTE Sì PARCè:
1) Non è vero che la riforma faccia scempio della Costituzione: i principi fondamentali e i diritti di libertà contenuti nella prima parte non vengono toccati, perché la riforma modifica la seconda parte della Costituzione, che riguarda il funzionamento degli organi statali e regionali. Peraltro se vincessero i no non torneremmo alla Costituzione del 1948 ma a quella del 2001, modificata dal "federalismo" della sinistra, che ha creato tanti contenziosi tra Regioni e Stato e dunque sprechi di tempo e denaro.

2) È falso che la riforma porti alla "dittatura del premier". L'indicazione del suo nome sulla scheda elettorale, il potere di nomina e revoca dei ministri, la facoltà di chiedere lo scioglimento della Camera, erano previsti nella bozza di riforma della commissione D'Alema del 1998. Sono gli stessi poteri che hanno sindaci, presidenti di provincia e di regione, servono per garantire stabilità di governo e tutelano il diritto dei cittadini di scegliere un primo ministro, un governo, un programma, garantendo questo diritto con le norme antiribaltone.

3) La riforma non mette in pericolo l'unità nazionale ma al contrario la rafforza, perché: a) introduce il concetto di interesse nazionale e dà al governo il potere di bloccare le leggi regionali che danneggino l'interesse collettivo; b) distingue con chiarezza le materie di competenza statale e quelle di competenza regionale, riportando allo Stato la competenza su tredici importanti materie (prime fra tutte energia e infrastrutture) e perfezionando il meccanismo di devoluzione alle Regioni.

4) Non avremo venti sanità regionali perché le Regioni faranno leggi sull'organizzazione ospedaliera e sanitaria per una gestione più attenta alle esigenze locali ma rimane allo Stato il compito di garantire i livelli essenziali di assistenza. Allo stesso modo le Regioni avranno competenza sull'organizzazione delle scuole e sulla formazione professionale ma i programmi di studio restano nazionali, integrati da moduli di insegnamento regionali, per preservare le tradizioni delle singole regioni.

5) Sarebbe meglio fare le riforme costituzionali con l'accordo di tutti: peccato che nel 2001 la sinistra per prima riformò la Costituzione da sola. Inoltre "dimenticano" che la Costituzione stessa prevede un procedimento di modifica a maggioranza e di conseguenza un referendum confermativo come giudizio ultimo affidato al popolo.

Dunque il 25 e 26 giugno vota e fai votare Sì per dire no alle falsità della sinistra e per confermare una buona riforma, che divide con chiarezza i compiti di Stato e Regioni e che velocizza e razionalizza la procedura per fare le leggi. Votare Sì salva una riforma che garantisce più potere ai cittadini, istituzioni più efficienti e che riduce di 175 il numero dei parlamentari, misura simbolo di uno Stato meno costoso e più produttivo."

Christian Romanini ha detto...

Dopo ce che al è sucedût lunis, jo no mi platarès daûr la figure di "costituzionalisti": fevelìn clâr e disìn che cheste votazion e à un caratar une vore politic, cussì politic che la sinistre e va cuintri ce che la stesse comission D'Alema e veve proponût tal 1998 (va a viodi il pont n.2 chi parsore). Chest dome parcè che la sinistre no je rivade a fâ la riforme, Berlusconi invezit sì. SI VOTE Sì

vaitacjasevendus ha detto...

REFERENDUM...VIERS LE QUARTE REPUBLIKE...

La testimonianza di un esperto di diritto

«Perché voterò No»


Se si va oltre ai semplicistici spot con cui è spesso rappresentata la riforma costituzionale oggetto del referendum confermativo e si compie una pur minima analisi giuridica, con una attenzione politico-istituzionale, si comprende bene quale sia la posta in gioco. Per la prima volta dal 1948, con il più radicale intervento mai compiuto, si modifica l'intera seconda parte della nostra Costituzione, cioè quella relativa all'ordinamento della Repubblica (dal Parlamento al Governo, dalle garanzie costituzionali al sistema dei rapporti tra lo Stato e le Regioni). In altre parole, abbiamo di fronte una proposta complessiva di nuovo modello di Stato, non semplici ritocchi o aggiustamenti.
Si modifica la natura del Senato e della Camera, si cambia il bicameralismo perfetto prevedendo diversi procedimenti per la formazione delle leggi, si trasformano in maniera radicale i poteri del Presidente della Repubblica e del Primo ministro, si attribuiscono alle Regioni competenze in materie rilevantissime, introducendo un controllo di merito in base all'interesse nazionale, si incide sulle forme di garanzia quali la Corte Costituzionale. Il tutto con decorrenze di entrata in vigore differenziate nel tempo fino al 2016.
Sarebbe già sufficiente questo indice sintetico per comprendere che una riforma di tale portata avrebbe dovuto nascere da un progetto condiviso, frutto di un profondo dialogo di tutte le componenti parlamentari, come manifestazione di un aggiornamento del patto sociale del Paese. E invece, la modifica costituzionale è stata pensata e costruita senza alcuna logica mediativa, sorda ad ogni possibilità di visione complessiva, basata esclusivamente sulla sommatoria superficiale di spezzoni d'interesse delle sole forze politiche della maggioranza della precedente legislatura, per ragioni di equilibri interni.
Ma il giudizio diviene ancor più severo se si passa ad una valutazione giuridico-istituzionale del modello di ordinamento che viene proposto, cioè se si entra nel merito della riforma stessa.
Infatti, abbiamo un Senato federale solo nel nome e una sola vera Camera con potere "politico", del resto debolissimo, verso il governo. La funzione legislativa diviene pressoché impossibile, con una pluralità di procedimenti che comporteranno una grande confusione di competenze tra Camera e Senato e tra i diversi procedimenti stessi: spezzettamento delle leggi, permanente conflitto, incapacità per i cittadini e i giudici di comprendere quali rapporti esistano tra le varie leggi, l'impossibilità di gestire i provvedimenti fondamentali di natura mista, come la legge finanziaria e quella comunitaria.
Poi c'è la parte più pericolosa della riforma, la nuova disciplina del Governo, con un "premierato assoluto", per utilizzare le parole dell'ex Presidente della Corte Costituzionale Elia: il primo ministro ottiene poteri quasi da monarca assoluto dell'antico regime, con una concentrazione priva di bilanciamento, sino al controllo dell'agenda e del ruolo del parlamento. All'interno della Camera ogni sfiducia potrà essere compiuto soltanto dalla maggioranza "genetica" elettorale, negando così valore alla libertà del mandato elettivo e tradendo l'eguaglianza tra gli eletti. In nessuna grande democrazia occidentale, neppure presidenziale, troviamo una tale configurazione: basti vedere le regole in Francia o negli Stati Uniti, dove il Parlamento è garantito nella sua autonomia e il Presidente trova fortissimi vincoli e bilanciamenti al suo potere di governo.
Anche il sistema dei rapporti tra Stato e Regioni manifesta un tentativo confuso e irresponsabile di mettere d'accordo obiettivi e regole tra loro inconciliabili, sino ad attribuire potestà legislativa esclusiva alle Regioni in ambiti relativi ai diritti civili e sociali, incidendo sui principi fondamentali di eguaglianza sostanziale e di cittadinanza.
Sulla base del falso presupposto che "la costituzione è vecchia" (in altre democrazie neppure ci si pone il problema di una revisione quasi totale della propria antica costituzione, come negli Stati Uniti), viene oggi presentata una riforma che in modo equivoco è chiamata "devolution", ma che invece è un prodotto privo di coerenza logica interna e che porterà, se approvata, al caos istituzionale permanente tra i poteri pubblici.
E' una riforma palesemente squilibrata che viola i principi fondamentali liberaldemocratici degli Stati moderni, cioè la limitazione del potere (essenza del "costituzionalismo") e le garanzie dei cittadini di fronte ai governanti. Essa è frutto di una cultura della "prepotenza decisionistica". A questo modello di governo centrale si unisce la scelta di un federalismo competitivo interno anziché di tipo solidale, manifestazione di una demagogia che vorrebbe nel XXI secolo proporre come soluzione alle sfide della globalizzazione l'autoreferenzialità e la divisione: si tratta di una illusione perdente e conservatrice che non risponde ai bisogni di modernità e di sviluppo che implicano, invece, alleanze e sinergie.
Di fronte ad una riforma che condurrà ad una ingestibile funzione legislativa, alla confusione delle competenze tra Stato e Regioni, all'indebolimento del Parlamento, all'azzeramento dei compiti di mediazione e di equilibrio (e quindi di garanzia) del Presidente della Repubblica, ritengo si debba rispondere negativamente, proprio nell'interesse del futuro del nostro Paese. Se è inequivocabile la necessità di un aggiornamento della nostra Costituzione, la riforma attuale presenta risposte sbagliate di fronte a problemi e bisogni reali.
Una riflessione meditata conduce ad un "no" al peggioramento della Costituzione, ad una riforma inadeguata, manifestazione di involuzione e di conservatorismo: non si ammoderna l'Italia ma si fa compiere ad essa un evidente ritorno al passato, mettendo in discussione l'evoluzione culturale, politica e giuridica in ordine ai principi basilari dello Stato democratico e moderno. E non produrrà neppure una riduzione dei costi della politica: infatti la sbandierata diminuzione dei parlamentari avverrà soltanto tra dieci anni e le istituzioni sia centrali che locali diventeranno molto meno efficienti, a causa dell'aumento di conflitti e della confusione delle regole, producendo invece un aumento dei costi del sistema nel suo complesso.

Christian Romanini ha detto...

Jo no soi un espert, ma mi soi informât e o ai cjatât cheste opinion di personis che indi san plui di me
SI VOTE Sì PARCè (repetita juvant: orpo! dopo il talian ancje il latin, no dome il furlan...):
1) Non è vero che la riforma faccia scempio della Costituzione: i principi fondamentali e i diritti di libertà contenuti nella prima parte non vengono toccati, perché la riforma modifica la seconda parte della Costituzione, che riguarda il funzionamento degli organi statali e regionali. Peraltro se vincessero i no non torneremmo alla Costituzione del 1948 ma a quella del 2001, modificata dal "federalismo" della sinistra, che ha creato tanti contenziosi tra Regioni e Stato e dunque sprechi di tempo e denaro.

2) È falso che la riforma porti alla "dittatura del premier". L'indicazione del suo nome sulla scheda elettorale, il potere di nomina e revoca dei ministri, la facoltà di chiedere lo scioglimento della Camera, erano previsti nella bozza di riforma della commissione D'Alema del 1998. Sono gli stessi poteri che hanno sindaci, presidenti di provincia e di regione, servono per garantire stabilità di governo e tutelano il diritto dei cittadini di scegliere un primo ministro, un governo, un programma, garantendo questo diritto con le norme antiribaltone.

3) La riforma non mette in pericolo l'unità nazionale ma al contrario la rafforza, perché: a) introduce il concetto di interesse nazionale e dà al governo il potere di bloccare le leggi regionali che danneggino l'interesse collettivo; b) distingue con chiarezza le materie di competenza statale e quelle di competenza regionale, riportando allo Stato la competenza su tredici importanti materie (prime fra tutte energia e infrastrutture) e perfezionando il meccanismo di devoluzione alle Regioni.

4) Non avremo venti sanità regionali perché le Regioni faranno leggi sull'organizzazione ospedaliera e sanitaria per una gestione più attenta alle esigenze locali ma rimane allo Stato il compito di garantire i livelli essenziali di assistenza. Allo stesso modo le Regioni avranno competenza sull'organizzazione delle scuole e sulla formazione professionale ma i programmi di studio restano nazionali, integrati da moduli di insegnamento regionali, per preservare le tradizioni delle singole regioni.

5) Sarebbe meglio fare le riforme costituzionali con l'accordo di tutti: peccato che nel 2001 la sinistra per prima riformò la Costituzione da sola. Inoltre "dimenticano" che la Costituzione stessa prevede un procedimento di modifica a maggioranza e di conseguenza un referendum confermativo come giudizio ultimo affidato al popolo.

Dunque il 25 e 26 giugno vota e fai votare Sì per dire no alle falsità della sinistra e per confermare una buona riforma, che divide con chiarezza i compiti di Stato e Regioni e che velocizza e razionalizza la procedura per fare le leggi. Votare Sì salva una riforma che garantisce più potere ai cittadini, istituzioni più efficienti e che riduce di 175 il numero dei parlamentari, misura simbolo di uno Stato meno costoso e più produttivo."

Christian Romanini ha detto...

Sierade la sezion n.1 pe prime zornade di votazions: su 1199 che a àn dirit a son stâts a votâ 410 di lôr, ven a stâi il 34,195

Christian Romanini ha detto...

in Italie, simpri aes 22.00 di domenie al à votât il 35%

Anonimo ha detto...

O Si o No, Viot ce rase di sunete cal met su.

E se decidesin il Si o il No in base la cal tire il pel?