20 giugno 2006

Domenie e lunis: si vote sì

Lunis di sere mi son un tic ziradis lis "elichis": o soi convint che al coventi informâ la int, ma o lis robis si fasin cun criteri o al è miôr no fâlis.
Di fat nissun saveve e nissun al è stât, orpo!
E po ancje la costituzionaliste che e veve di jessi super partes, fin dal inizi si è declarade cuintri la riforme: chest nol è un judizi tecnic, chest al è cjapâ posizion e no mi va ben. E po ancje dute la cuistion no je stade gjestide cun ecuilibri e cun cautele politiche, scusait cheste definizion. Ancje la minorance no à condividût cheste maniere di fâ e o speri che un doman, se e sarà inmò la ocasion di vê a ce fâ cuntun argoment politic, almancul la conference dai cjâfs grups, se no dut il consei, e vegni clamade a esprimisi in mert.
Cussì nol va ben! Dut câs, se cualchidun al à inmò dubis: domenie al referendum SI VOTE SI!!!

10 commenti:

Christian Romanini ha detto...

Al semee demagogjic, ancje se la "costituzionaliste" e fos stade pal "sì" nol sarès stât coret distès: la posizion pro o cuintri e à di jessi dai schieraments e il "tecnic" al à dome di meti in evidence la situazion di cumò cu la situazion de riforme. Il judizi al à di jessi lassât al eletorât! Jo mi sint di invidâ chei che a àn inmò cualchi dubi a votâ "Sì"

Anonimo ha detto...

parce si?
Tu no cjapistu posisions mase partigjanes tal to blog?
Ancje so soi un tcnic o podarai ve les mes idees o scuegnjo adeguami al vole di chel che mi clame?
Io o voti no.
Tant come che an dite i toi amis vincin cul si e dopo e modificarin le nestres idees...bras.

Anonimo ha detto...

Anch'io voterò no! Non perchè non condivida quanto proposto dal referendum, ma perchè ritengo che certe riforme possano essere fatte in tempi più ristretti.
Nello specifico penso che passare da 630 a 518 deputati e da 315 a 252 senatori 10 anni siano tanti. Detto questo senza ovviamente puntualizzare che qualche poltrona andrebbe ancora tolta. Ma è solo un punto di vista personale.

cuso_di_cjan ha detto...

Stant a Milan forse no si rive a viodi ben les robes e alore al suceet che si invidin i avocats che tu pensis e sedin de to bande e invecit e son cuintri....... w la trasparenza

Anonimo ha detto...

A Milano lavorava anche un ex componente della giunta, ma in quella circostanza mi sembra che non si potesse far parte della giunta se non partecipavi ogni giorno alla vita amministrativa del paese. Forse due pesi e due misure??? Oppure sono cambiate le regole??? Ah ma forse l'assesorato al calcestruzzo è meno importante ....

Christian Romanini ha detto...

jo o pues jessi "partigjan" stant che chest blog al è un gno diari e duncje chel che lu lei al sa cui che lu scrîf e cemût che le pensi. intun contest istituzionâl, li che e varès di jessi garantide la posizion super partes dal tecnic, no mi semee coret. che dopo ancje i tecnics a votin cemût che e crodin, nissun lu met in dubi, anzit, ma la par condicio e varès di jessi almancul te forme rispietade. cussì nol è stât e secont me si à pierdude une ocasion. O ripet: se il costituzionalist al fos stât pal "sì" no lu varès condividût, stant che al jere conpit dai politics difindi une o chê altre bande: la tecniche e veve dome di paragonâ la gnove costituzion cu la vecje e evidenziâ i aspiets di novitâ, cence marcâ "chest al va ben o al va mâl". no pensi che cheste idee no sedi corete. e po jo achì o soi plui par condicio che in altris bandis, stant che o doi a ducj la pussibilitât di esprimi se a votin sì o no e mi pâr che a son plui chei dal no che a àn scrit, cence jessi censurâts

stefano tuti ha detto...

Approfitto del fatto di essere qui per invitare chi frequenta il blog di Christian ad andare al voto e votare bene per il si. Non buttiamo alle ortiche il lavoro di 5 anni di governo anche perchè altrimenti le riforme non si faranno mai più !! Ieri il nostro caro compagno Romano P. ha lanciato l'ultima schiocchezza... ridurre i parlamentari a 400... ma con quali voti pensa di riuscirci??? Pensate che solo per fare la nostra riforma, che prevede anch'essa la riduzione dei parlamentari, ci sono voluti anni di confronti.

vaitacjasevendus ha detto...

referendum dum


La testimonianza di un esperto di diritto

«Perché voterò No»


Se si va oltre ai semplicistici spot con cui è spesso rappresentata la riforma costituzionale oggetto del referendum confermativo e si compie una pur minima analisi giuridica, con una attenzione politico-istituzionale, si comprende bene quale sia la posta in gioco. Per la prima volta dal 1948, con il più radicale intervento mai compiuto, si modifica l'intera seconda parte della nostra Costituzione, cioè quella relativa all'ordinamento della Repubblica (dal Parlamento al Governo, dalle garanzie costituzionali al sistema dei rapporti tra lo Stato e le Regioni). In altre parole, abbiamo di fronte una proposta complessiva di nuovo modello di Stato, non semplici ritocchi o aggiustamenti.
Si modifica la natura del Senato e della Camera, si cambia il bicameralismo perfetto prevedendo diversi procedimenti per la formazione delle leggi, si trasformano in maniera radicale i poteri del Presidente della Repubblica e del Primo ministro, si attribuiscono alle Regioni competenze in materie rilevantissime, introducendo un controllo di merito in base all'interesse nazionale, si incide sulle forme di garanzia quali la Corte Costituzionale. Il tutto con decorrenze di entrata in vigore differenziate nel tempo fino al 2016.
Sarebbe già sufficiente questo indice sintetico per comprendere che una riforma di tale portata avrebbe dovuto nascere da un progetto condiviso, frutto di un profondo dialogo di tutte le componenti parlamentari, come manifestazione di un aggiornamento del patto sociale del Paese. E invece, la modifica costituzionale è stata pensata e costruita senza alcuna logica mediativa, sorda ad ogni possibilità di visione complessiva, basata esclusivamente sulla sommatoria superficiale di spezzoni d'interesse delle sole forze politiche della maggioranza della precedente legislatura, per ragioni di equilibri interni.
Ma il giudizio diviene ancor più severo se si passa ad una valutazione giuridico-istituzionale del modello di ordinamento che viene proposto, cioè se si entra nel merito della riforma stessa.
Infatti, abbiamo un Senato federale solo nel nome e una sola vera Camera con potere "politico", del resto debolissimo, verso il governo. La funzione legislativa diviene pressoché impossibile, con una pluralità di procedimenti che comporteranno una grande confusione di competenze tra Camera e Senato e tra i diversi procedimenti stessi: spezzettamento delle leggi, permanente conflitto, incapacità per i cittadini e i giudici di comprendere quali rapporti esistano tra le varie leggi, l'impossibilità di gestire i provvedimenti fondamentali di natura mista, come la legge finanziaria e quella comunitaria.
Poi c'è la parte più pericolosa della riforma, la nuova disciplina del Governo, con un "premierato assoluto", per utilizzare le parole dell'ex Presidente della Corte Costituzionale Elia: il primo ministro ottiene poteri quasi da monarca assoluto dell'antico regime, con una concentrazione priva di bilanciamento, sino al controllo dell'agenda e del ruolo del parlamento. All'interno della Camera ogni sfiducia potrà essere compiuto soltanto dalla maggioranza "genetica" elettorale, negando così valore alla libertà del mandato elettivo e tradendo l'eguaglianza tra gli eletti. In nessuna grande democrazia occidentale, neppure presidenziale, troviamo una tale configurazione: basti vedere le regole in Francia o negli Stati Uniti, dove il Parlamento è garantito nella sua autonomia e il Presidente trova fortissimi vincoli e bilanciamenti al suo potere di governo.
Anche il sistema dei rapporti tra Stato e Regioni manifesta un tentativo confuso e irresponsabile di mettere d'accordo obiettivi e regole tra loro inconciliabili, sino ad attribuire potestà legislativa esclusiva alle Regioni in ambiti relativi ai diritti civili e sociali, incidendo sui principi fondamentali di eguaglianza sostanziale e di cittadinanza.
Sulla base del falso presupposto che "la costituzione è vecchia" (in altre democrazie neppure ci si pone il problema di una revisione quasi totale della propria antica costituzione, come negli Stati Uniti), viene oggi presentata una riforma che in modo equivoco è chiamata "devolution", ma che invece è un prodotto privo di coerenza logica interna e che porterà, se approvata, al caos istituzionale permanente tra i poteri pubblici.
E' una riforma palesemente squilibrata che viola i principi fondamentali liberaldemocratici degli Stati moderni, cioè la limitazione del potere (essenza del "costituzionalismo") e le garanzie dei cittadini di fronte ai governanti. Essa è frutto di una cultura della "prepotenza decisionistica". A questo modello di governo centrale si unisce la scelta di un federalismo competitivo interno anziché di tipo solidale, manifestazione di una demagogia che vorrebbe nel XXI secolo proporre come soluzione alle sfide della globalizzazione l'autoreferenzialità e la divisione: si tratta di una illusione perdente e conservatrice che non risponde ai bisogni di modernità e di sviluppo che implicano, invece, alleanze e sinergie.
Di fronte ad una riforma che condurrà ad una ingestibile funzione legislativa, alla confusione delle competenze tra Stato e Regioni, all'indebolimento del Parlamento, all'azzeramento dei compiti di mediazione e di equilibrio (e quindi di garanzia) del Presidente della Repubblica, ritengo si debba rispondere negativamente, proprio nell'interesse del futuro del nostro Paese. Se è inequivocabile la necessità di un aggiornamento della nostra Costituzione, la riforma attuale presenta risposte sbagliate di fronte a problemi e bisogni reali.
Una riflessione meditata conduce ad un "no" al peggioramento della Costituzione, ad una riforma inadeguata, manifestazione di involuzione e di conservatorismo: non si ammoderna l'Italia ma si fa compiere ad essa un evidente ritorno al passato, mettendo in discussione l'evoluzione culturale, politica e giuridica in ordine ai principi basilari dello Stato democratico e moderno. E non produrrà neppure una riduzione dei costi della politica: infatti la sbandierata diminuzione dei parlamentari avverrà soltanto tra dieci anni e le istituzioni sia centrali che locali diventeranno molto meno efficienti, a causa dell'aumento di conflitti e della confusione delle regole, producendo invece un aumento dei costi del sistema nel suo complesso.

Sperin ben

Christian Romanini ha detto...

Jo no soi un espert, ma mi soi informât e o ai cjatât cheste opinion di personis che indi san plui di me
SI VOTE Sì PARCè:
1) Non è vero che la riforma faccia scempio della Costituzione: i principi fondamentali e i diritti di libertà contenuti nella prima parte non vengono toccati, perché la riforma modifica la seconda parte della Costituzione, che riguarda il funzionamento degli organi statali e regionali. Peraltro se vincessero i no non torneremmo alla Costituzione del 1948 ma a quella del 2001, modificata dal "federalismo" della sinistra, che ha creato tanti contenziosi tra Regioni e Stato e dunque sprechi di tempo e denaro.

2) È falso che la riforma porti alla "dittatura del premier". L'indicazione del suo nome sulla scheda elettorale, il potere di nomina e revoca dei ministri, la facoltà di chiedere lo scioglimento della Camera, erano previsti nella bozza di riforma della commissione D'Alema del 1998. Sono gli stessi poteri che hanno sindaci, presidenti di provincia e di regione, servono per garantire stabilità di governo e tutelano il diritto dei cittadini di scegliere un primo ministro, un governo, un programma, garantendo questo diritto con le norme antiribaltone.

3) La riforma non mette in pericolo l'unità nazionale ma al contrario la rafforza, perché: a) introduce il concetto di interesse nazionale e dà al governo il potere di bloccare le leggi regionali che danneggino l'interesse collettivo; b) distingue con chiarezza le materie di competenza statale e quelle di competenza regionale, riportando allo Stato la competenza su tredici importanti materie (prime fra tutte energia e infrastrutture) e perfezionando il meccanismo di devoluzione alle Regioni.

4) Non avremo venti sanità regionali perché le Regioni faranno leggi sull'organizzazione ospedaliera e sanitaria per una gestione più attenta alle esigenze locali ma rimane allo Stato il compito di garantire i livelli essenziali di assistenza. Allo stesso modo le Regioni avranno competenza sull'organizzazione delle scuole e sulla formazione professionale ma i programmi di studio restano nazionali, integrati da moduli di insegnamento regionali, per preservare le tradizioni delle singole regioni.

5) Sarebbe meglio fare le riforme costituzionali con l'accordo di tutti: peccato che nel 2001 la sinistra per prima riformò la Costituzione da sola. Inoltre "dimenticano" che la Costituzione stessa prevede un procedimento di modifica a maggioranza e di conseguenza un referendum confermativo come giudizio ultimo affidato al popolo.

Dunque il 25 e 26 giugno vota e fai votare Sì per dire no alle falsità della sinistra e per confermare una buona riforma, che divide con chiarezza i compiti di Stato e Regioni e che velocizza e razionalizza la procedura per fare le leggi. Votare Sì salva una riforma che garantisce più potere ai cittadini, istituzioni più efficienti e che riduce di 175 il numero dei parlamentari, misura simbolo di uno Stato meno costoso e più produttivo."

Christian Romanini ha detto...

Dopo ce che al è sucedût lunis, jo no mi platarès daûr la figure di "costituzionalisti": fevelìn clâr e disìn che cheste votazion e à un caratar une vore politic, cussì politic che la sinistre e va cuintri ce che la stesse comission D'Alema e veve proponût tal 1998 (va a viodi il pont n.2 chi parsore). Chest dome parcè che la sinistre no je rivade a fâ la riforme, Berlusconi invezit sì. SI VOTE Sì